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Disturbi Atm: donne più esposte

Disturbi Atm donne più esposte | Odontonetwork Genova

Dimostrato un fattore di rischio legato al sesso nei disturbi temporomandibolari di tipo degenerativo: le peculiarità anatomiche dell’articolazione nel sesso femminile portano a uno stress superiore, soprattutto a carico delle fibre di collagene presenti nel disco.

Senza temere accuse di maschilismo, si può confermare con oggettività sperimentale che il sesso debole, almeno nei disturbi dell’Atm, è proprio quello femminile. Alcune ricerche svolte negli ultimi anni, infatti, hanno messo in luce un punto debole nell’anatomofisiologia delle articolazioni femminili che contribuisce a spiegarne la vulnerabilità. Si tratta della densità di energia nella cartilagine articolare, cioè del rapporto tra il lavoro in senso meccanico (e quindi dell’energia misurata in Joule) e il volume della cartilagine in millimetri cubici.
Un gruppo internazionale di ricercatori ha potuto confermare i risultati ottenuti circa dieci anni fa nei maiali (animale usato anche per gli studi sulla pressione intrarticolare). Con la loro ricerca pubblicata lo scorso anno (1) gli autori hanno contribuito a spiegare perché le donne sono tre volte più esposte al rischio di disturbi temporomandibolari di tipo degenerativo. Per farlo hanno unito la registrazione opto-elettronica dei movimenti mandibolari (eseguita con tre videocamere ad alta risoluzione e un craniostato munito di led) con la ricostruzione anatomica in 3D ottenuta con i dati della Cbct e della Rmn, grazie alle quali sono stati calcolati lo spessore del disco, l’area di carico e la densità di energia rilevata ogni 5 msec.
I soggetti studiati (18 uomini e altrettante donne con età media di 30 anni, esenti da patologie) dovevano eseguire dieci cicli di movimenti prestabiliti. Le misurazioni rilevate hanno confermato una differenza significativa tra le densità di energia: in particolare nell’Atm omolaterale le donne raggiungono valori di circa 9 mJ/mm3 mentre gli uomini si fermano a poco più di 5 mJ/mm3 (grafico 1). Questa differenza è ancora più interessante se si considera che la forza media non variava molto tra donne e uomini, raggiungendo 16.3 N e 15.7 N rispettivamente. In altre parole, a parità di forza le peculiarità anatomiche portano a densità di energia e, quindi, a un carico articolare ben diverso, soprattutto a carico delle fibre di collagene presenti nel disco. Ricordiamo che per la cartilagine non vascolarizzata del disco il carico funzionale svolge un ruolo di vitale importanza, permettendo la circolazione di metaboliti e cataboliti e la nutrizione dei fibroblasti; ma, oltre certi limiti, è fonte di stress e flogosi che possono portare a danni irreversibili.
Leggendo le tabelle dei dati misurati è interessante notare come nel sesso femminile il volume cartilagineo sotto carico sia inferiore di circa un terzo rispetto agli uomini (121 mm3 contro 173 mm3) e come l’area soggetta al carico si muova lungo una distanza inferiore (4,4 mm contro 5,5 mm) e più lentamente.
Interessante anche il confronto delle densità di energia tra il movimento di chiusura simmetrico e quello da posizione eccentrica: nelle donne la prima è circa un quarto della seconda (8.8 mJ/mm3 contro 34.7 mJ/mm3) mentre negli uomini la differenza è meno marcata (5.6 mJ/mm3 contro 17.4 mJ/mm3); misurazioni oggettive che confermano il maggiore stress articolare durante movimenti di lateralità e rinforzano la raccomandazione di vietare le chewing-gum a chi soffre o è a rischio di disturbi articolari.

Una svolta nello studio dei disturbi dell’Atm

Una conferma della relazione tra densità di energia e patologia è arrivata da un secondo studio degli stessi autori (2), che hanno confrontato un campione di 29 donne (età media 34 anni) affette da dislocazione bilaterale del disco con un gruppo di controllo. Nel campione-pazienti la densità di energia era più alta del 40%, così come era maggiore l’attività di massetere e temporale registrata elettromiograficamente per 72 ore consecutive, in particolare durante la notte quando risultava più del doppio rispetto alle donne sane. Nell’analisi statistica la differenza nei valori di densità di energia si è rivelata significativa (circa 3 mJ/mm3) per l’Atm controlaterale nel gruppo con dislocazione, ma non per l’Atm omolaterale (grafico 2).
Molto più significativa la differenza dell’attività muscolare calcolata come rapporto percentuale tra il tempo di attività muscolare e il tempo di registrazione elettromiografica. In pratica, i muscoli delle pazienti con dislocazione lavorano quasi il doppio rispetto a quelli delle Atm sane, sia di notte che di giorno; separando i dati dei due muscoli si nota un’impressionante differenza a livello dei masseteri, mentre quella tra i temporali è poco sopra la soglia di significatività.
Pur con le limitazioni dovute alla ristrettezza del campione e a certi dettagli sperimentali, il protocollo seguito segna decisamente una svolta nello studio delle patologie dell’Atm, mostrando ancora una volta la sempre minore importanza dei fattori occlusali nell’etiopatogenesi e dando una solida base oggettiva al fattore di rischio legato al sesso.
La ricerca descritta sopra ha ampliato le conoscenze acquisite due anni prima dagli stessi autori (3) quando furono confrontati due campioni misti di pazienti con uno di controllo. Il primo gruppo includeva 15 donne e un uomo affetti da dolore e dislocazione bilaterale del disco, il secondo comprendeva 12 donne e 4 uomini con la medesima dislocazione ma asintomatici. I valori misurati confermavano la differenza statisticamente significativa tra pazienti sintomatici e i restanti due gruppi.

A cura di: Cosma Capobianco, Odontoiatra

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